ven. Dic 3rd, 2021

Succession. Giunta alla terza stagione, la saga dei Roy, vagamente ispirata ai Murdoch, racconta di una famiglia ricca, rozza e supponente. La genialità della serie sta nel mescolare magistralmente sitcom, soap opera e tragedia

A due anni quasi esatti dalla bomba lanciata nel finale della seconda stagione, dopo vari rinvii dovuti alla pandemia di Covid-19, torna finalmente la miglior serie in circolazione: la terza Succession inizia oggi su HBO e arriverà da noi su Sky e NOW il 29 novembre.

Per chi non la conoscesse, Succession racconta le vicende della famiglia di ultra-ricchi che gestisce la gigantesca multinazionale creata dal patriarca Logan Roy (Brian Cox). I Roy sono vagamente ispirati alla famiglia Murdoch: sono tendenzialmente di destra, hanno forti legami con la politica e hanno costruito il loro potere a partire da un canale tv dai toni aggressivi, simile a Fox News. Ma, come ha spesso detto il creatore Jesse Armstrong, la serie non è affatto un ritratto dei Murdoch, che d’altra parte sono solo una tra le varie dinastie spietate e bellicose che gestiscono un impero mediale.

Succession, infatti, va letta innanzitutto come una ruvida satira degli appartenenti all’élite dell’1%, persone che hanno completamente interiorizzato l’idea di essere superiori ai comuni mortali, che maneggiano soldi e potere come giocattoli ma allo stesso tempo sono rozzi, incompetenti, scarsamente consapevoli di sé stessi e della realtà che li circonda.

Logan è l’unico con una qualche autorevolezza, il suo sguardo accigliato incute paura a chiunque lo circondi, ma è anche un uomo pronto a gettare suo figlio in pasto agli sciacalli pur di non cedere potere, è un concentrato di collera e insulti gratuiti, convinto di poter mandare a farsi fottere anche l’FBI. L’arte dell’insulto è una delle cose più divertenti di Succession, ma la sua assoluta genialità deriva dall’essere allo stesso tempo, cioè in ogni singola scena, una sitcom acidissima, una soap opera e una tragedia shakespeariana.

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