mar. Ott 19th, 2021

Tra senso di inadeguatezza, rabbia repressa ed ambizioni deluse, la serie va oltre la sitcom leggera. Ritratto sulle difficoltà del mestiere di genitori

«Breeders» è un termine gergale, probabilmente nato in ambienti omosessuali, per indicare con una nota dispregiativa quelli che si riproducono, ovvero le coppie con figli (nel titolo italiano si aggiunge il chiarificatore «genitori al limite»). L’idea iniziale è di Martin Freeman, che interpreta il protagonista Paul, e si potrebbe riassumere con una frase che Paul stesso rivolge alla moglie Ally nei primi minuti del pilota: «Morirei per questi bambini. Ma spesso vorrei anche ucciderli».

Ambientata a Londra ma coprodotta dallo statunitense FX e da Sky inglese, la serie arriva in Italia dal 2 luglio su Disney+, con un bagaglio di due stagioni già andate in onda all’estero e una terza in produzione. Non si pensi, tuttavia, a una sitcom leggera in cui alla fine di ogni episodio tutto torna a posto: la serie è un ritratto che vuole essere il più possibile onesto su quanto possa essere prosciugante essere genitori oggi. Breeders usa volentieri i cliché della sitcom familiare – la coppia rivale troppo perfetta, i nonni inadeguati, e così via – ma vira anche facilmente verso toni piuttosto cupi: Paul, innanzitutto, deve fare i conti con la propria incapacità di gestire la rabbia, che i suoi figli riescono a tirare fuori come nessun altro era stato capace prima. In una conversazione con il padre, Freeman/Paul gioca con il proprio personaggio pubblico dicendo che credeva di essere una persona gentile, e proprio diventando padre a sua volta ha capito quanta rabbia repressa nascondeva.

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